Siamo giunti al quarto appuntamento di Metalmeccaniche, lo spazio dedicato alle interviste con le donne di CEPI nato per valorizzare le voci multiformi delle donne che vivono l’azienda quotidianamente, in ogni sua sfaccettatura. Un mosaico di esperienze che spaziano dall’ufficio tecnico alla carpenteria, dalla logistica al front office. Abbiamo incontrato Andriana Dunda (Ufficio Logistica), Mara Babini (Front Office), Daniela Greco (Carpenteria), Francesca Farneti (Amministrazione) e Marsela Ramaliu (Ufficio Tecnico) per parlare di sfide, vita quotidiana e di quell’equilibrio, spesso sottile, tra ambizioni personali e lavoro.

Vi lasciamo allora alle loro parole: una chiacchierata vera per scoprire insieme cosa c’è dietro il lavoro di ogni giorno e per apprezzare ancora di più il valore umano che rende speciale la nostra squadra.

Parlami di te: qual è la tua storia personale?

Andriana ripercorre un viaggio che è stato prima di tutto una crescita interiore: “Sono figlia di immigrazione economica arrivata in Italia dall’Ucraina a nove anni. Ho vissuto nel Lazio, sul lago di Bolsena, prima di approdare a Forlì. È qui che mi sono innamorata di questa dimensione e sono diventata donna. Amo molto viaggiare, ma ho capito quanto sia fondamentale, per il mio equilibrio, avere un posto tranquillo in cui tornare ogni volta”.

Per Marsela, la narrazione di sé passa attraverso la resilienza e la maternità: “Vengo da Durazzo, in Albania. Dopo aver concluso l’università e aver dato alla luce mio figlio, ho dovuto affrontare una battaglia durissima contro un tumore al seno. Mi sono trasferita in Italia per poter accedere agli interventi e alle terapie necessarie. La scelta di restare è stata dettata dalla salute, certo, ma soprattutto dal cuore: volevo a tutti i costi esserci per mio figlio Aron, volevo che lui avesse la sua mamma accanto a sé durante la crescita”.

Per altre, le radici sono salde nel territorio romagnolo. Mara si racconta attraverso i suoi affetti: “La mia storia è legata a Forlì, alle sue scuole e alla mia rete di amicizie. La mia famiglia oggi siamo io e il mio ragazzo, con la speranza che in futuro possa allargarsi, ma porto con me anche le radici venete di mia nonna. Ho ricordi molto nitidi del mio percorso scolastico, dalle elementari con le suore fino alle superiori: è una strada che mi ha resa quella che sono oggi”.

Anche Daniela ha scelto Forlì per amore, lasciandosi alle spalle il caos della capitale: “Vengo da Roma e sono arrivata qui nel dicembre del 2000 seguendo il cuore. Mio marito è di Bari ma lavorava già qui; ci siamo conosciuti in estate e a dicembre ero già forlivese. Oggi abbiamo due ragazzi di 19 e 14 anni. La mia vita è un incrocio di storie e caratteri diversi, ma qui ho trovato la dimensione ideale per la mia famiglia”.

Francesca definisce sé stessa attraverso l’energia che mette nelle relazioni: “Ho quasi 42 anni, sono mamma di due gemelle di 13 anni e convivo. Mi definisco una persona solare e mi rivedo molto nel girasole: è una dote che apprezzo di me stessa, perché mantenere il sorriso non è mai facile né scontato. Scelgo consapevolmente di non arrivare a sera col muso, perché non trovo giusto risolvere le proprie fatiche tediando qualcun altro”.

Daniela Greco

Come sei arrivata qui e di cosa ti occupi oggi?

Andriana lavora nella Logistica ma si sta proiettando verso nuovi ruoli organizzativi: “Ero un’interprete di conferenza, un lavoro fatto di necessità e virtù che mi ha insegnato a reagire in due secondi. Cercavo un’azienda di valori: per me il rapporto di lavoro è come un matrimonio, funziona se c’è comunicazione e se entrambi capiscono le difficoltà dell’altro. Sono arrivata con la fiducia di chi mi ha fatto il colloquio senza che avessi mai svolto questo ruolo, e ho sentito la responsabilità di non tradirla. Oggi la mia natura dinamica mi sta portando verso il Project Management: ogni anno scelgo di imparare qualcosa di nuovo e caso vuole che mi stessi già formando a quel ruolo indipendentemente prima che arrivasse una proposta dall’azienda. Ora mi sto preparando per creare l’ufficio PM vero e proprio”.

Per Mara, questo percorso ha significato stabilità dopo molta precarietà: “Prima di arrivare qui ho passato tante piccole realtà che avevano bisogno di personale solo per pochi mesi, sfruttando contratti brevi. Nel 2017 sono arrivata in CEPI: inizialmente ero in amministrazione, ma poi abbiamo capito insieme che non era la mia strada e ho provato la segreteria. Sono qui da otto anni e mi occupo dell’accoglienza e di tante funzioni diverse, dall’accoglienza all’amministrativo. È un ruolo complesso perché sei il ‘salvavita’ telefonico degli altri: il telefono squilla ogni tre secondi e devi saper gestire tutto con prontezza”.

In carpenteria, Daniela mette a frutto la sua esperienza manifatturiera dopo una parentesi dedicata alla famiglia: “Ho sempre lavorato in fabbrica. Dopo la nascita del mio secondo figlio e le complicazioni di salute che ha dovuto affrontare, mi sono fermata per seguirlo. Quando le cose sono migliorate, ho sentito il bisogno di riprendere in mano la mia vita. In produzione sono l’unica donna e faccio tutto tranne saldare — anche se mi piacerebbe imparare. Mi trovo benissimo, i colleghi sono gentili e le battute non sono mai volgari; a volte mi sento persino trattata come una mamma”.

Francesca ha cercato una dimensione operativa che sfuggisse alla routine: “Sono arrivata quest’estate mandando un curriculum in un momento in cui stavo ancora decidendo cosa fare ‘da grande’, nonostante l’età. Supporto i colleghi caricando ordini e gestendo spedizioni. Non è la classica amministrazione sedentaria dove stai solo a controllare fatture; c’è una diversità costante che mi stimola a essere risolutiva per incontrare le richieste dei commerciali e della logistica”.

Marsela racconta il superamento delle preoccupazioni legate al proprio vissuto: “Ho iniziato con un tirocinio dopo aver temuto che la mia storia clinica fosse un ostacolo, come mi era già successo altrove dove avevo percepito discriminazione. Invece ho trovato un approccio rassicurante. Oggi nell’Ufficio Tecnico mi occupo di disegni e distinte; anche se lavoro principalmente con uomini, non mi sono mai sentita discriminata. Mi sento seguita dai colleghi e mi ha colpito la gentilezza di tutti: mi sono detta ‘che bello, esistono anche questi posti'”.

Francesca Farneti

C’è un luogo che ti è particolarmente caro?

Per Andriana, i luoghi sono tappe di un’evoluzione: “I miei luoghi del cuore sono le tappe della mia vita, i porti dove ho gettato l’ancora per poi ripartire. C’è Sambir, la mia città natale, che rappresenta le radici; c’è Marta, nel Lazio, il posto che mi ha fatta diventare italiana; e infine c’è Forlì, il luogo dove sono diventata donna e adulta a tutti gli effetti. Sono tre punti sulla mappa che raccontano chi sono stata e chi sono ora”.

Mara invece non cerca una cartina: “Non sono legata a un luogo fisico specifico o a un panorama particolare. Per me il valore risiede nelle persone che abitano quegli spazi. La casa non è l’edificio dove vivi, ma il posto dove ci sono i tuoi cari e la tua famiglia. Se loro sono lì, quello è il mio luogo caro”.

Daniela apprezza la nuova dimensione trovata: “Roma è bellissima, ma è troppo difficile da vivere, è caotica. Qui a Forlì ho trovato la mia pace e la mia vera casa. Non ho un luogo segreto, ma apprezzo profondamente la tranquillità e la serenità che questa città sa trasmettermi. È qui che mi sento a mio agio”.

Francesca trova il suo rifugio nel mare: “Il mio posto preferito è in riva al mare, sotto l’ombrellone con un libro. Amo l’odore e il rumore delle onde; è l’unico posto dove riesco davvero a staccare. Ho un piccolo camper e mi piace stare in spiaggia fino a tardi, magari dalle sei di sera in poi con un aperitivo, godendomi quella libertà semplice. Posso leggere anche cinque o sei libri in una vacanza, ma devo essere lì, nel mio luogo ideale, come a Lido di Savio dove ho i miei amici”.

Marsela torna con il pensiero a un giardino in Albania: “La casa della nonna a Maminas, in Albania, è il mio posto del cuore. Dopo aver perso i miei genitori, è lei che mi ha cresciuta e insegnato tutto: a cucinare, a cucire, a lavorare nell’orto in campagna. Ogni volta che torno nel mio Paese, vado al cimitero a trovare lei e i miei genitori. Racconto tutto quello che mi è successo alla tomba di mia nonna, parlo con lei come se potesse ancora ascoltarmi e consigliarmi”.

Andriana Dunda

Marzo è il mese internazionale della donna. Come vivi questa ricorrenza?

“C’è necessità delle feste per ricordarsi di qualcosa, ma c’è anche bisogno di farlo per tutti gli altri undici mesi”, osserva Andriana. “Io credo che gli uomini e le donne siano bellissimamente diversi; dobbiamo apprezzare la bellezza dell’altro senza appiattirci. La donna deve essere innanzitutto sé stessa, un individuo, anche se so che c’è ancora molto da fare prima di arrivare a questo traguardo”.

Mara e Daniela concordano sul rischio della deriva commerciale. “Dovrebbe essere automatico ricordarsi del valore della donna ogni giorno,” osserva Mara, “senza bisogno di trasformarlo in un evento economico o in uno strumento di mercato”. Daniela aggiunge: “Non festeggio, non l’ho mai fatto. Per me il rispetto deve esserci tutti i giorni dell’anno, portarlo solo l’8 marzo è troppo riduttivo”.

Francesca vive questa dimensione con una consapevolezza combattiva: “Crescendo la vedo sempre più come una lotta. Percepisco che le donne devono ancora fare molto per farsi sentire e sottolineare che la parità non c’è, né sul lavoro né altrove. Mi indigno per la mancanza di giustizia e per i femminicidi; mi chiedo spesso che mondo stiamo lasciando alle nostre figlie”.

Marsela riflette sull’indipendenza come eredità familiare: “Vengo da una cultura dove la donna doveva stare in casa e non contraddire mai il marito. Ma mio padre ci ha cresciute diversamente: siamo quattro sorelle e lui ci ha spinte a studiare perché voleva fossimo indipendenti. Ci diceva sempre: ‘Non dovrete mai farvi dire da un uomo cosa fare’. Ho imparato che non è necessaria la presenza di un uomo per farti sentire sicura”.

Come vivi l’equilibrio fra lavoro e vita personale?

Andriana ammette con onestà la complessità di questa fase: “In questo momento per me esistono l’ufficio e il letto. È una scelta consapevole, mi sento responsabilizzata verso il mio reparto, che vivo come una famiglia. Però non mi dimentico delle mie passioni. L’equilibrio vero l’ho trovato nella fotografia: è un amore nato nel mio momento peggiore, con l’inizio della guerra in Ucraina. Mi ha salvata dalla depressione perché mi costringe a cercare il bello; anche l’immagine più difficile ha qualcosa di attraente se sai come guardarla”.

Mara riflette sulle necessità attuali e future: “Passiamo più ore qui che con i nostri cari, è un dato di fatto. Oggi lavoriamo anche perché una famiglia con un solo stipendio non si mantiene, è una necessità storica. Al momento vivo bene questo equilibrio, ma so che la vera prova arriverà con un figlio; in quel caso sarà fondamentale sapere di poter contare su un ambiente che supporta concretamente la famiglia”.

Daniela cerca la ricarica nella natura: “Riesco a ritagliarmi il tempo per me, magari dopo cena, con una passeggiata in aperta campagna intorno a Barisano. Mi serve per allentare i pensieri. E poi c’è la musica: vivrei di musica, ascolto di tutto (anche se ho un grande amore per Vasco Rossi) e mi rilasso. È il mio modo per ricaricarmi insieme al mio bimbo o a mio marito”.

Per Francesca, l’indipendenza è la chiave: “Sandra durante il mio colloquio mi disse una cosa che mi è rimasta impressa: ‘Se hai gestito due figlie e il lavoro, hai già un master in gestione aziendale’. Con mio marito ci siamo organizzati, lui collabora in tutto. È fondamentale mantenere i propri spazi: esco con le amiche, vado in palestra e faccio un viaggio all’anno con loro. Molte coppie sono gelose, ma per noi questa indipendenza è ciò che tiene viva la relazione”.

Marsela punta tutto sulla fiducia: “Basta trovare il tempo giusto per ogni cosa. La sera ci dividiamo i compiti, il fine settimana facciamo colazione fuori e ci dedichiamo ai compiti di scuola. Tutto però si basa su una relazione fatta di fiducia e comunicazione; senza queste basi, non si riesce a gestire la complessità di una vita che corre veloce tra casa e ufficio”.

Mara Babini

Passato e futuro: come li guardi?

“Gli alberi per diventare alti hanno bisogno di radici profonde”, dice Andriana. “Ci ho messo tanto a fare pace con il mio passato, ma oggi cerco in quelle radici la forza per il domani. Cerco però di dare priorità al presente, al qui ed ora. Davanti a situazioni per le quali al momento non posso far niente, ho imparato a fermarmi e a dire a me stessa: “questo è un pensiero di cui si occuperà l’Andriana di domani”.

Mara è focalizzata sulla stabilità: “Sono molto contenta della mia infanzia tranquilla e del sostegno del mio ragazzo, che è il mio sostenitore numero uno. Però oggi è difficile guardare al futuro con totale tranquillità: tra i problemi globali, i prezzi che aumentano e i conti per il mutuo della casa, sono molto focalizzata sul gestire l’oggi. Il futuro è ancora tutto da giocare”.

Daniela confessa un rapporto più malinconico con il tempo: “Ho sempre pensato al passato con molta malinconia, anche perché ho perso i genitori. Il futuro, invece, ultimamente mi mette paura: avendo due figli, faccio fatica a vederlo roseo tra conflitti, clima e inquinamento. Per questo preferisco vivere alla giornata e godermi tutto quello che c’è. Vorrei quasi vivere in un bosco, lontano da troppa tecnologia e dai cellulari che ci rubano la capacità di vedere chi abbiamo intorno”.

Francesca resta curiosa: “Proprio per vissuti precedenti, so che puoi fare progetti ma poi quello che arriva, arriva. Quindi cerco di vivere alla giornata. Quando penso al passato sono molto serena e verso il futuro resto estremamente curiosa, anche se, tra lavoro e famiglia, ho davvero poco tempo per fermarmi a fare queste riflessioni”.

Marsela conclude con la saggezza di chi ha superato la tempesta: “Bisogna ammettere che il passato è stato difficile e oggi non sento il bisogno di rivangarlo. Guardo al futuro con una sola priorità: la salute. Se hai quella, affronti tutto il resto. Quando lo dico, alcuni mi guardano in modo strano, ma solo quando ci passi capisci davvero cosa conta. Il mio futuro è qui: Forlì, mio figlio, la nostra casa e il mio lavoro”.

Donne, ascolto e mediazione: esiste una predisposizione naturale?

Per Andriana conta l’individuo: “Probabilmente nell’immaginario comune è così, ma credo che siano l’individuo e il background personale a fare la differenza. Se sei una persona che ascolta, la gente viene da te naturalmente. Io tendo a mediare perché non stiamo facendo interventi a cuore aperto e non c’è in gioco la vita di nessuno. Non serve farsi gli sgambetti, bisogna trovare soluzioni. Non sopporto la mancanza di rispetto e chi rema contro”.

Mara sposta l’accento sulle asperità della vita: “In realtà è una questione molto personale. Esistono uomini disposti ad ascoltare e donne molto dirette o crudeli. Dipende dal carattere e da quante difficoltà hai trovato nel tuo percorso. Chi ha vissuto situazioni semplici può non essere abituato alla complessità, ma anche chi ha sofferto troppo potrebbe aver esaurito la pazienza”.

Daniela è categorica: “Non la vedo assolutamente così. Non credo sia una dote più femminile che maschile, è qualcosa che appartiene alla persona, non al sesso”. Francesca è d’accordo: “Non è un concetto totalizzante, siamo tutte diverse. Se c’è una cosa che si può dire delle donne, forse, è una maggiore capacità organizzativa, ma l’ascolto è opinabile. È una dote soggettiva, non una regola”.

Marsela, invece, ritrova una specificità femminile: “Secondo me è vero: le donne sono più attente e reagiscono con più calma, hanno più pazienza. Dico sempre a me stessa di ascoltare e rispondere con delicatezza ed educazione. Partire subito all’attacco è la cosa più semplice, ma non aiuta mai a risolvere i problemi”.

Un gesto di cura: cosa vi ha spinto a donare i vostri capelli?

Il racconto si chiude su un atto simbolico che accomuna Andriana e Francesca: la scelta di donare i propri capelli per le pazienti oncologiche.

“Non c’è una storia complicata dietro,” spiega Andriana, “ma credo fermamente che in questo mondo quello che riesci a fare, lo devi fare. Donare i capelli non mi è costato nulla; spero di non averne mai bisogno, ma se dovesse succedere, mi auguro che qualcuno faccia lo stesso per me. Bisogna sempre mettere il seme di qualcosa di buono: se posso fare del bene, perché no?”. L’associazione a cui Andriana ha donato i suoi capelli è Un angelo per capello.

Per Francesca, la donazione è stata un progetto meditato per un intero anno: “Per dodici mesi ho custodito i miei capelli al meglio delle mie possibilità, usando i prodotti migliori e tagliandoli ogni mese per farli crescere sani. È stato un impegno consapevole e silenzioso. Ho scelto un’associazione (Cuore di donna) che si occupa di tumori femminili per donare le mie trecce di trentacinque centimetri, con l’unica speranza di poter alleggerire, anche solo di poco, la fatica di chi sta soffrendo”.

Marsela Ramaliu

C’è un ultimo pensiero o un’esperienza che vorresti condividere con noi?

Marsela si sente finalmente a casa: “Sono profondamente grata, perché qui mi sento accolta. Per me, che ho vissuto momenti in cui la speranza sembrava mancare, trovare un posto dove le persone sono gentili, sorridono e ti salutano anche senza conoscerti, è stato fondamentale. Ricordo ancora quando ho ricevuto i primi saluti inaspettati e ho pensato che fosse bello scoprire che esistono anche realtà così. Ti danno speranza, ti offrono una possibilità reale e ti fanno sentire che puoi crescere ancora. Sapere che oggi posso esserci per mio figlio Aron e lavorare in un ambiente che mi valorizza è tutto ciò che cercavo”.